I ricci del mar Mediterraneo

Un riccio matita (Stylocidaris affinis) su una gorgonia rossa (Paramuricea clavata) © Elisa Manganelli
Un riccio matita (Stylocidaris affinis) su una gorgonia rossa (Paramuricea clavata) © Elisa Manganelli

Classificazione

I ricci appartengono al phylum (ovvero la categoria di classificazione più ampia) degli Echinodermata, suddivisa a sua volta in cinque classi:

  1. Asteroidea (le stelle di mare),
  2. Crinoidea (i crinoidi o gigli di mare),
  3. Ophiuroidea (le ofiure o stelle serpentine),
  4. Holothuridea (le oloturie o cetrioli di mare),
  5. Echinoidea (i ricci di mare, appunto),

Le specie appartenenti a queste cinque classi hanno in comune:

  • la simmetria pentaradiale, il loro corpo è cioè suddiviso in cinque “settori” perlopiù simmetrici. Esiste ovviamente qualche eccezione (oloturie, alcune stelle marine, i ricci irregolari).
  • il dermascheletro, ovvero uno scheletro che funge da “pelle”, composto da piastre calcaree. Tali piastre possono essere saldate, rendendo lo scheletro rigido come nei ricci di mare, oppure mobili, creando così uno scheletro flessibile come nelle stelle marine.
  • il sistema acquifero, cioè un sistema di circolazione interno di acqua di mare che permette loro, tra l’altro, di spostarsi.
  • una spiccata capacità rigenerativa, che gli permette di ricostruire alcune loro parti in seguito a danneggiamento. Le stelle marine, per esempio, possono farsi ricrescere un braccio se tranciato, oppure i ricci di mare possono rigenerare parti del dermascheletro se rotte).

Concentriamoci ora sugli echinidi, ovvero i ricci di mare, che a loro volta possono essere:

  • ricci regolari: ricci in cui la bocca si trova nella parte inferiore e l’ano specularmente in quella superiore, vivono su substrati duri (rocce, coralligeno);
  • ricci irregolari, ricci in cui bocca e ano non sono più speculari, bensì spostati rispettivamente in avanti e all’indietro; vivono normalmente sepolti dentro sabbia o fango. Fra le specie presentate in seguito, l’unico riccio irregolare è lo spatango (Spatangus purpureus) (Fig. 10).

Curiosità: nella storia della vita sul pianeta Terra, tutti i ricci erano inizialmente regolari; è solo dal Giurassico (da 201 a 143 milioni di anni fa) che l’evoluzione ha fatto apparire i primi ricci irregolari, i quali si sono poi ampiamente differenziati fino ai giorni nostri (Baucon).
L’asimmetria dei ricci irregolari è chiara nel confronto tra le Fig. 1 e 2, che raffigurano le teche (i cosiddetti “scheletri di riccio”) di un riccio regolare e di uno irregolare, rispettivamente. In quest’ultimo, la faccia superiore sulla sinistra mostra i “resti” della simmetria pentaradiale persa durante l’evoluzione (quella specie di stella marina “stampata” sopra); nella faccia inferiore a destra, invece, si distinguono l’ano in basso e la bocca in alto.

Fig. 1: Teca del riccio femmina (Paracentrotus lividus). In alto a sinistra: parte apicale, in alto a destra: parte ventrale, in basso: vista laterale.
Teca di riccio di sabbia grigio © Lucio Bellomo
Fig. 2: Teca del riccio di sabbia grigio (Brissus unicolor). A sinistra: parte apicale, a destra: parte ventrale.

Struttura interna ed esterna

Struttura generica del riccio di mare
Fig. 3: Struttura generica del riccio di mare
Differenziazione delle propaggini di una teca di riccio di mare
Fig. 4: Differenziazione delle propaggini di una teca di riccio di mare

Uno spaccato generico della struttura di un riccio di mare è mostrata in Fig. 3 insieme al dettaglio esterno in foto in Fig. 4.

Il dermascheletro (vedi Figg. 1 e 2), detto teca nel caso dei ricci, è la struttura rigida esterna di forma più o meno sferica. Essa è rigida, poiché formata da placche calcitiche saldate fra loro.
Al centro della parte inferiore, detta ventrale, vi è la bocca, che è a contatto col substrato ed è costituita dalla cosiddetta lanterna di Aristotele, una struttura formata da cinque (!) denti durissimi che gli servono a triturare alghe o altre prede relativamente dure.
Nella parte superiore detta apicale, intorno all’ano, si trovano cinque piastre genitali. Esse presentano un cosiddetto gonoporo, dal quale usciranno i gameti in fase riproduttiva. Una di queste piastre, detta madreporite, presenta un ulteriore foro dal quale l’acqua di mare è immessa all’interno del riccio tramite il sistema acquifero, responsabile del movimento dei pedicelli ambulacrali e dunque della locomozione (qui un interessantissimo articolo di approfondimento).

Lungo tutto il dermascheletro, poi, sono presenti delle propaggini più o meno lunghe e rigide adibite a varie funzioni:

  • gli aculei o spine, propaggini rigide e appuntite che, oltre ad essere chiaramente un’arma difensiva, contribuiscono alla locomozione;
  • i podia o pedicelli ambulacrali, dotati di una ventosa nella parte terminale, che vengono estroflessi per provvedere alla locomozione (quest’ultima avviene grazie al sitema acquifero, che collega i podia alle madreporiti);
  • i pedicellaria, generalmente più corti dei podia, necessari al tatto e alla respirazione.

La riproduzione

Sviluppo della larva del riccio di mare © Wikipedia
Fig. 5: Sviluppo della larva del riccio di mare © Wikipedia
Il pluteo, la larva del riccio di mare © Wim van Egmond
Fig. 6: Il pluteo, la larva del riccio di mare © Wim van Egmond

I ricci hanno generalmente sessi separati (si parla in questo caso di gonocorismo). Maschi e femmine, di solito non riconoscibili dal solo aspetto, emettono i loro gameti in modo sincrono (o così sperano loro) quando le caratteristiche ambientali sono favorevoli (e questo è uno dei miracoli della natura: come fanno organismi come gli echinodermi, ma anche i coralli, per esempio, ad emettere i gameti nello stesso momento senza, apparentemente, comunicare fra loro?!?), e la fecondazione delle uova avviene in acqua libera. Si formano larve, che vagano nel plancton finché non sono mature abbastanza da trovarsi uno spazietto sul fondo e cominciare la loro vita da adulti.

Le larve, incredibilmente, non hanno simmetria pentaradiale bensì bilaterale (il corpo è cioè formato due metà simmetriche)! In Fig. 5 si vede proprio come il pluteo (di cui un’immagine al microscopio in Fig. 6), ovvero la larva del riccio, cambi aspetto radicalmente durante il suo sviluppo prima di depositarsi e diventare riccio adulto.

Premesso che l’emissione dei gameti, il cosiddetto spawning, avviene normalmente una volta all’anno, la variabilità temporale è grande a seconda dei contesti. Le variabili in gioco sono le solite: idrodinamismo, temperatura, presenza di nutrienti nell’acqua, irraggiamento.

Infine, avrete già capito che quando mangiamo i ricci, sono proprio le gonadi (ovvero uova e sperma) di cui ci cibiamo. Ma se ci pensate, questo è il caso di moltissimi prodotti marini edibili…

Le specie più comuni in Mediterraneo

Riccio femmina (Paracentrotus lividus) e riccio maschio (Arbacia lixula)

Riccio femmina

(Paracentrotus lividus)

&

Riccio maschio

(Arbacia lixula)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Camarodonta
  • Famiglia

    Parechinidae
  • Genere

    Paracentrotus
  • Specie

    P. lividus
  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Arbacioida
  • Famiglia

    Arbaciidae
  • Genere

    Arbacia
  • Specie

    A. lixula
Ricci femmina (Paracentrotus lividus) © Elisa Manganelli
Fig. 7: Ricci femmina (Paracentrotus lividus) © Elisa Manganelli
Riccio maschio (Arbacia lixula) © Elisa Manganelli
Fig. 8: Riccio maschio (Arbacia lixula) © Elisa Manganelli

Precisiamo subito che si tratta di due specie a sé stanti e non, come molti credono, della femmina e del maschio di una stessa specie!

La differenza principale risiede nel colore esterno: A. lixula (Fig. 8) è nero come il carbone, mentre P. lividus (Fig. 7) può assumere diverse colorazioni che vanno dal marrone chiaro al viola intenso al fucsia.

Entrambi si cibano principalmente di alghe, A. lixula soprattutto di alghe calcaree incrostanti. Entrambi inoltre non amano particolarmente la luce, sebbene A. lixula la tolleri meglio (curiosità: P. lividus è solito ripararsi parzialmente attaccando sulla sua teca pezzettini di alghe o pietruzze, cosa che invece non avviene per A. lixula).

P. lividus è per eccellenza il riccio edule, ovvero commestibile, delle cui gonadi (le cinque “sacche” contenenti le uova, negli individui femmina, e lo sperma, negli individui maschio, disposte in forma di raggiera nella parte superiore del riccio) vanno tanto ghiotti soprattutto sardi e siciliani. A. lixula, invece, non si mangia.

A parte la predazione umana, entrambi i ricci sono predati da alcuni pesci. Quando sono piccini, donzelle (Coris julis) e donzelle pavonine (Thalassoma pavo) ne riescono a rompere la teca, mentre per gli individui adulti solo i saraghi maggiore (Diplodus sargus) e fasciato (Diplodus vulgaris) ne sono ancora in grado (Sala e Zabala, 1986).
Anche alcuni crostacei possono cibarsi sporadicamente dei due tipi di riccio, fra essi il favollo (Eriphia verrucosa), la granceola (Maja squinado) e perfino l’aragosta (Palinurus elephas).

Due predatori meno ovvi sono invece la martasteria (Marthasterias glacialis) e il murice (Hexaplex trunculus).
La martasteria, una cugina stella di mare, avviluppa il riccio come in Fig. 9, lo rigira ed estroflettendo il suo stesso stomaco digerisce prima i tessuti esterni del riccio in corrispondenza della lanterna di Aristotele per poi penetrarlo e saziarsi con il suo “ripieno” (Guidetti, 2004). Del povero riccio resta tipicamente la teca semi spoglia, con qualche spina ancora attaccata che presto cadrà, e in alcuni casi l’abbraccio della martasteria è così violento che la teca sarà rotta in più pezzi!
Ancora più bizarra è la predazione da parte del murice, un mollusco gasteropode. Esso è infatti capace di forare la teca grazie a una sua specie di proboscide e di svuotare il riccio dall’interno con la sua radula. D’ora in poi, se troverete degli scheletri di riccio (ovvero le teche) intatti ma con un forellino di dimensione massima 1 cm, saprete chi se ne sarà cibato!

Predazione di un riccio femmina (Paracentrotus lividus) da parte di una martasteria (Marthasterias glacialis) © Elisa Manganelli
Fig. 9: Predazione di un riccio femmina (Paracentrotus lividus) da parte di una martasteria (Marthasterias glacialis) © Elisa Manganelli

Riccio di prateria (Sphaerechinus granularis)

Riccio di prateria

(Sphaerechinus granularis)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Camarodonta
  • Famiglia

    Toxopneustidae
  • Genere

    Sphaerechinus
  • Specie

    S. granularis
Riccio di prateria (Sphaerechinus granularis) © Elisa Manganelli
Fig. 10: Riccio di prateria (Sphaerechinus granularis) © Elisa Manganelli

L’identificazione è facile a partire dai suoi aculei: di colorazione variabile, sono sempre corti e bianchi nella parte terminale (o in alcuni casi interamente bianchi).

Si ciba principalmente di alghe, come i ricci maschio e femmina, non disdegna le foglie morte di posidonia (da cui il nome) e come i ricci femmina spesso amano “addobbarsi” con pezzettini di alghe o pietruzze: si tratta in realtà di un modo per proteggersi almeno parzialmente dalla luce!

Riccio diadema (Centrostephanus longispinus)

Riccio diadema

(Centrostephanus longispinus)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Diadematoida
  • Famiglia

    Diadematidae
  • Genere

    Centrostephanus
  • Specie

    C. longispinus

La sua caratteristica inconfondibile sono gli aculei, lunghissimi nella parte superiore e neri (negli esemplari giovanili, a striature chiare e scure).

Ecco, a lui proprio la luce non piace, tant’è che di giorno lo troverete sempre all’ingresso delle grotte o comunque in stretti anfratti bui. Di notte invece si fa baldanzoso e si muove al di fuori del suo rifugio diurno per cibarsi.

Sulla parte apicale della teca sono presenti alcuni pedicelli modificati la cui funzione non è ancora stata determinata. Come si vede nel video qui sotto essi terminano con una pallina viola fluo, e ruotano psichedelici alcuni in senso orario e altri in senso antiorario.
Per noi, è una specie di mistero dei sette mari, che ci ipnotizza ogni qual volta lo osserviamo (Doris FFESSM, 2024)!

Riccio matita (Stylocidaris affinis)

Riccio matita

(Stylocidaris affinis)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Cidaroida
  • Famiglia

    Cidaridae
  • Genere

    Stylocidaris
  • Specie

    S. affinis
Riccio matita (Stylocidaris affinis) © Elisa Manganelli
Fig. 12: Riccio matita (Stylocidaris affinis) © Elisa Manganelli

Riccio particolarissimo e, secondo noi, estremamente affascinante, possiede solo pochi ma spessissimi aculei. Il colore varia tra il grigio e l’arancione, e al contrario dei ricci precedenti si rinviene a partire da profondità più elevate (intorno ai 30 m).

Gli aculei sono urticanti per l’uomo, e spesso si ritrovano spezzati fra le reti dei pescatori (o nelle immediate vicinanze) lasciate sotto il sole. Occhio quindi a non avvicinarvici a piedi nudi!

In Mediterraneo esistono in realtà due specie di riccio matita, Stylocidaris affinis e Cidaris cidaris. Per differenziali con certezza ci vuole il microscopio, mentre non c’è ancora consenso su come differenziarli a occhio nudo (c’è chi dice che uno ha gli aculei più lunghi, o più chiari, o con bande più chiare alternate a bande più scure, c’è chi dice che gli uni sono erbivori mentre gli altri adorano le gorgonie) (Mastrototaro et al, 2021): ancora un altro mistero!

Riccio melone (Echinus melo)

Riccio melone

(Echinus melo)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Camarodonta
  • Famiglia

    Echinidae
  • Genere

    Echinus
  • Specie

    E. melo
Riccio melone (Echinus melo) © Elisa Manganelli
Fig. 13: Riccio melone (Echinus melo) © Elisa Manganelli

È un riccio anche molto grosso (fino a quasi 20 cm di diametro), di colore chiaro tendente al verdastro, dalla teca quasi perfettamente sferica invece che schiacciata come in tutti i ricci precedenti, e con aculei molto radi (divisi in primari, più lunghi, e secondari, decisamente corti).

Forse il nostro preferito… anche perché generalmente lo si trova a profondità ancora superiori a quelle del riccio matita, sempre oltre i 40 e molto spesso dentro grotte semi-oscure: tutte cose che ci piacciono!

Spatango (Spatangus purpureus)

Spatango

(Spatangus purpureus)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Spatangoida
  • Famiglia

    Spatangidae
  • Genere

    Spatangus
  • Specie

    S. purpureus
Spatango (Spatangus purpureus) © Elisa Manganelli
Fig. 14: Spatango (Spatangus purpureus) © Elisa Manganelli

Essendo questa una specie sciafila (che non ama cioè la luce) come tutti i suoi cugini ricci irregolari, lo si osserva quasi esclusivamente di notte (e anche in questo caso, di rado) perché di giorno vive completamente sepolto nella sabbia o nel fango.

È più facile dunque trovarne la teca (il cosiddetto scheletro), sulla sabbia, priva dei corti e densi aculei, la cui forma ci sorprenderà immancabilmente: simile a un cuore schiacciato, con la sua simmetria non più pentaradiale bensì bilaterale (due metà identiche longitudinalmente), presenta una buffa stella marina stampata sulla parte superiore (simile a quella in Fig. 2)!
È, quest’ultima, la prova che una simmetria pentaradiale da qualche parte c’era, dato che come detto non è che dal Giurassico che i ricci irregolari si sono evoluti differenziandosi da quelli regolari…

Lo strano caso della mortalità di un riccio diadema invasivo, (Diadema setosum)

  • Phylum

    Echinodermata
  • Classe

    Echinoidea
  • Ordine

    Diadematoida
  • Famiglia

    Diadematidae
  • Genere

    Diadema
  • Specie

    D. setosum
Diadema setosum
Fig. 15: Riccio diadema (Diadema setosum)

Nel 2006, in Turchia, è stato per la prima volta osservato un riccio diadema endemico del Mar Rosso, il Diadema setosum. Da allora esso si è diffuso rapidamente in tutto il bacino levantino dove oggi è comunissimo osservarlo (in Mar Egeo, per esempio, ce n’è ovunque). Si è trovato bene, insomma, qui da noi, e come biasimarlo!

Tuttavia nel luglio del 2022, a sud-est dell’Egeo, sono stati osservati dei fenomeni di mortalità di massa, probabilmente dovuti alla presenza di una sostanza patogena introdotta esternamente (Zirler et al., 2023).
Potrebbe anche essere una notizia non grave, visto che si tratta pur sempre di una specie invasiva qui in Mediterraneo; se non fosse che, partendo dal Mediterraneo, il patogeno è entrato in Mar Rosso, dove il riccio è endemico! E infatti a partire dall’autunno del 2022 morie di massa sono state osservate a nord del Mar Rosso, nel Golfo di Aqaba, in alcune zone del quale D. setosum è completamente sparito: ah, questo maledetto Canale di Suez!!!

Bibliografia

A. Baucon, “Corso di Paleontologia Università degli studi di Trieste”, https://www.tracemaker.com/paleontologia-palaeontology/

P. Guidetti, “Consumers of sea urchins, Paracentrotus lividus and Arbacia lixula, in shallow Mediterranean rocky reefs”, Helgoland Marine Research, 58, 2004

F. Mastrototaro, F. Montesanto, A. Tursi, R. Aguilar, G. Chimienti, “Biometry supporting species identification from underwater images in two Mediterranean Sea urchins”, 2021 International Workshop on Metrology for the Sea; Learning to Measure Sea Health Parameters (MetroSea), 2021

E. Sala, M. Zabala, “Fish predation and the structure of the sea urchin Paracentrotus lividus populations in the NW Mediterranean”, Marine Ecology Progress Series, 140, 1996

M. L. Vittelletti, “Biologia riproduttiva di Paracentrotus lividus (Lamarck, 1816) in due zone della Sardegna”, tesi di laurea, 2013

Sito web “Doris” della Fédération Française d’Études et de Sports Sous-Marins, https://doris.ffessm.fr/Forum/Fonction-des-radioles-mauve-dans-l-oursin-diademe-mediterraneen-82928

Zirler et al., “Mass mortality of the invasive alien echinoid Diadema setosum (Echinoidea: Diadematidae) in the Mediterranean Sea”, Royal Society Open Science, 10, 2023

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